Vai ai contenuti

Franco Negri Visighéri - "Arte e Cultura: Poesia, Romanzo, Scrittura, Musica e Teatro"

Salta menù
Salta menù
Salta menù

Franco Negri Visighéri

La ‘Confusione di voci’ di Enea Biumi, suono del nostro tempo
24 Marzo 2025 Franco Negri

Proporre la lettura di un libro scritto in un’altra lingua è già un primo ostacolo alla lettura (almeno, per l’italiano medio), a meno che non si tratti di una lingua imparata fin dalla tenera età. Proporre un testo in lingua dialettale potrebbe rappresentare una difficoltà per coloro che a tale idioma non sono avvezzi. Proporre inoltre un libro di poesie in lingua dialettale rappresenta senz’altro una sfida. Una sfida che potrebbe tuttavia far ritrovare quell’umanità e quelle radici che stiamo smarrendo sempre di più.
 
Se percorriamo il curriculum ‘poetico e letterario’ di Enea Biumi (pseudonimo di Giuliano Mangano), poeta, narratore, regista, attore e musicista e membro del “Cenacolo dei Poeti e prosatori varesini e varesotti” e del “Gruppo Folk Bosino di Varese”, veniamo a scoprire che Enea è il destinatario di parecchi premi letterari acquisiti in tutta la Penisola, a partire dalla sua opera prima, del 1969.
 
La sua ultima fatica letteraria “Visighéri da vùus” (Confusioni di voci), in dialetto varesino ed in lingua italiana (raffrontate), è stata presentata presso la Biblioteca civica di Varese lo scorso 20 marzo. Un incontro svolto in collaborazione con gli amici-scrittori Gianfranco Gavianu e Gianfranco Galante, i quali hanno contribuito a far meglio comprendere il senso dei testi poetici e a far emergere i molti temi trattati tra le rime. “Visighéri da vùus” è una raccolta che segue le uscite (solo per citare quelle in anni a noi vicini) di “Rosa fresca aulentissima” (2018), “Maris ast” (2021, Primo premio al ‘Francesco Graziano’ di Cosenza), “Sfulcitt-Inganni” (2022, Primo premio al ‘Tirinnanzi’ di Legnano).
 
Come evidenziato nella Prefazione della raccolta da Sandro Gros-Pietro, Confusione di voci (Visighéri da vùus in dialetto varesotto, anzi varesino, poiché il territorio della provincia è costellato di dialetti che si differenziano in qualcosa) è un parlare di popolo, una confusione di discorsi espressi in totale semplicità e senza inganni. L’operazione letteraria di Enea tocca tre aree della cultura: il linguaggio (in dialetto e in lingua nazionale), il senso del tempo (“l’enigma più affascinante rappresentativo della vita e della morte”), l’erranza cioè il vagare in posti diversi, in paesi diversi, in spazi diversi, cogliendo positività e negatività, l’umanità ma anche le divisioni sostanziali.
 
Elementi ben messi in luce durante l’incontro di presentazione a Varese. La lucida e impietosa diagnosi di Enea sul mondo contemporaneo evidenzia, da una parte, la sensibilità e la gentilezza dei sentimenti verso persone, animali, natura, realtà immerse tuttavia in contesti di drammi personali e comunitari. La citazione di una società che sembra votata alla manipolazione delle coscienze, dove pare difficile riaprirsi verso uno sguardo positivo sul mondo; tuttavia senza abbandonarsi ad un definitivo pessimismo. Costantemente presente il riferimento ai momenti di felicità e serenità vissuti nella prima età. L’ammissione, tra le righe, dell’impossibilità di dare una coerenza all’irrazionalità presente nel mondo ma al tempo stesso la prospettiva di non abbandonarsi alla precarietà di esso.
 
Elementi di riflessione che emergono dalla lettura delle liriche di Enea, dove svolge una parte importante l’uso dell’idioma dialettale. Quest’ultimo, in quanto espressione di cultura secolare di una popolazione, reca in sé, sia nei termini linguistici, sia nella musicalità che scaturisce dalla loro pronuncia, una quantità di contenuti e pregnanza di significati che non sempre una traduzione nella lingua nazionale garantisce. E il lavoro del ‘traduttore’ è anzitutto un lavoro culturale, il comprendere il vero significato intimo del termine dialettale, che deve essere ‘tradotto’ senza snaturare il senso, il significato vero (che non è sempre quello indicato sul dizionario): in definitiva, il traduttore deve restituire, nella traduzione, la poliedrica ricchezza contenuta nel termine dialettale. Poiché è in tale ricchezza che la vera poesia può essere percepita. Nel caso della raccolta Confusione di voci – Visighéri da vùus l’autore è anche traduttore, altrettanto conoscitore della lingua nazionale. Ma la lettura diretta dal dialetto ha un altro sapore!
 
Gli amici-scrittori Gianfranco & Gianfranco, intervenuti a Varese, hanno messo in luce gli elementi presenti nell’opera di Enea Biumi. “Pochi possono dire di conoscere bene il dialetto e poterlo anche scrivere; un conto è parlarlo e un conto è scriverlo, e lui nella sua profondità sa parlarlo, pensarlo e scriverlo”. Hanno ben evidenziato come la raccolta di liriche sia anche una testimonianza ed insieme l’affermazione dell’esigenza di autenticità, che già nel dialetto trova per essa uno strumento privilegiato: c’è infatti una ricchezza di temi straordinaria, comunicata attraverso le parole: “Le parole oggi / sono un fuoco che non vuol smettere: / sbraitano e spaccano sentimenti” … “non è facile scrivere adesso / che le parole contano il niente: / questo niente di un vuoto assillante”.
 
Parole e voci, ‘confusione di voci’: se la poesia non cambia il mondo né lo redime (e pensiamo al poeta Rimbaud che abbandona la scrittura e ritorna alla realtà borghese del tempo, muovendosi nella contraddizione accettandola), la testimonianza acquista tuttavia senso e riscatta dal nulla una realtà altrimenti lasciata nel silenzio. Allora, la ‘confusione di voci’ di Enea è in sostanza la varietà, molteplice e non riconducibile alla ragione, che al tempo stesso ci chiama all’impegno, un tentativo disperato di decifrazione, come viene espresso nella lirica che dà il titolo all’intera raccolta: “Confusioni di voci / mi tormentano la testa / come briganti della Madonna del Monte / … un caos senza ragione / che corrompe bisbigli ingarbugliati”.
 
Il tema della storia e della religiosità ricorre più di una volta nell’opera di Enea. Come fanno notare i sopra nominati amici-scrittori, la citazione della Madonna del Monte (il santuario che caratterizza il panorama artistico e anche etico del territorio varesino) e le immagini artistiche istoriate nelle cappelle sono una sollecitazione alla meditazione interiore, ma nella riflessione di Enea sono anche una sorta di blocco, di ricatto costante che la religione può determinare nella nostra libertà interiore: “Sul sentiero soffocato da erbacce / con i piedi trascinati nel nulla / spio fede e ragione / … E la Madonna Nera in cima al Monte / osserva il mio andare a perdersi / tra le rupi dell’ansia che rimuove il tempo. / … Il resto va bene per i topi “.
 
Il pensiero sulla condizione dell’individuo nel tempo, l’individuo gettato nella storia, viene introdotto – nella lirica Sun chì a specià ‘l traghétt – dal passo di Virgilio che parla della folla dei dannati traghettati da Caronte. L’individuo, nella poesia di Enea, non ha margine di manovra, c’è una condizione già prevista all’origine, deterministica: “Aspetto il traghetto / per andare di là sull’altra sponda./ Non è nemmeno necessario il biglietto: / devo solo seguire l’onda./ Hanno già preparato tutto / quando sono nato”. Ma è un pensiero in sospeso. Entra in gioco anche un’altra dimensione, di riscatto, di umanità.
 
Uno dei momenti di positività, l’emergere della bellezza del vivere, di intimi affetti, lo troviamo nella lirica I carimàa métan in piàzza fadigh, che esprime momenti di raccoglimento intimo, di relazione con l’altro, sentimenti di delicato amore: il sorriso riscatta il tempo dalla sua forza distruttiva, e forse un omaggio alla donna-madre: Le occhiaie / mostrano fatiche / con le rughe che sostengono dolore. / Ma gli occhi brillano di sole / e benedicono le mani / il mio domani. / In grembo le parole ghirlandano il capo / mentre il cuore si scioglie / al tuo sorriso ancòra .
 
In altri testi lo sguardo di Enea si sposta verso la considerazione che la storia non riserba possibilità di riscatto. Nella sezione “Geopennellate” le ‘confusioni di voci’ varcano l’Italia e nella lirica Ul pòrt de Famagòsta la grande storia si coniuga con la vicenda del singolo. Il ‘non-senso’ delle tragedie viene qui sottolineato però sullo sfondo storico, quello che caratterizza la realtà. Cipro, realtà di confine di civiltà, apparentemente luogo naturale idilliaco, nasconde una storia di violenze laceranti, la tragedia della sconfitta del veneziano Bragadin e il suo corpo orrendamente oltraggiato dai turchi vincitori, e la tragedia di Otello. Tragedie che si sono lì ripetute nel passato più antico e in quello più recente, un luogo costantemente conflittuale: “Il porto di Famagosta è un ventaglio di memoria / con le sue mura veneziane profonde e robuste / tramanda sevizie senza ragione e morti. / Gloria effimera scivolata nel niente / come la gelosia d’Otello che per un fazzoletto / ha ucciso Desdemona inutilmente”.
 
Uno sconforto presente anche nella lirica Disémm un pù : “Ditemi un po’: cosa c’è di nuovo? / Nemmeno l’aria fresca del lago / riesce ad asciugare gli occhi che hanno visto / uccidere bambini e bruciare paesi. / Che razza di mondo è questo? / L’uomo vuole un nemico da distruggere / senza nemmeno accorgersi che così / distrugge solo l’umanità.” .
E’ solo poesia o … realtà?
 
Torna ai contenuti